30 agosto

Mancano circa venti giorni alla fine dell’estate, e sono qui sul treno un po’ malinconica, a guardare quella vecchietta seduta in stazione, e tra me e me penso che quando avrò la sua età non ho assolutamente voglia di dimenticare i dettagli delle giornate passate con te. E così le scrivo.

Non ho mai avuto un primo appuntamento, e nessuno mi ha mai invitata a mangiare fuori a cena. Non nascondo che ero molto felice. Lo stomaco si è chiuso e si stringeva forte, e tu che ordini tutta quella roba. (Ti svelo un segreto), infatti non era che la mia bocca era troppo piccola per quei bocconi, ma che lo stomaco era troppo agitato e non voleva saperne di mangiare. Ma alla fine il posto era troppo carino, i camerieri troppo simpatici e il sushi troppo buono. E che fai lo lasci li? Ora ho un vuoto non ricordo le cose che ci siamo detti forse abbiamo parlato di film e tu mi hai raccontato che da piccolo eri rimasto scioccato dai “Tennenbaud”. E ora scrivo il punto perchè non sono molto brava a scrivere ed è un ottimo modo per cambiare discorso. Insomma quella sera è stata così bella, forse mi hai presa per mano, pochi secondi, ma una specie di uragano mi è salito dalle dita, poi ha sfiorato tutta la pelle diventando come uno sfregolio (hai presente i fuochi d’artificio che fanno quel rumore appena prima di scoppiare) e mi é arrivato fino alla bocca finendo in un sorrisino compiaciuto, e un po’ mi sento stupida a scriverlo, però era un po’ di anni che nessuno lo faceva, e poi quello eri tu.

E mi hai portato sui navigli, ho scelto quell'”opzione” perché volevo semplicemente stare con te, facendo qualcosa di normale, camminare, e liberarmi di quella palla che si era formata sulla pancia. E poi mi hai raccontato di te e non sai quanto mi piaceva ascoltarti con quella arietta che rinfrescava un po’, noi stavamo fermi mentre tutti passavano. E subito dopo aver finito di parlare dei topi del naviglio mi chiedi scusa.

Scusa per cosa? Mi dico.

Mi avevi chiesto scusa per aver rallentato all’inizio, per non avermi detto prima di uscire io e te da soli. Ma io lo avevo capito sai? Ho apprezzato tanto la tua sincerità nel dirmi che volevi andare con calma. Ti fai voler bene facilmente. Ora sto tornando a piedi dalla stazione perché sono senza macchina ma, sai non mi dispiace affatto perché posso scriverti tutto questo. E così diventa bello lungo.

Quella sera mi hai regalato tanto, e anche i giorni dopo quando mi hai portato a Bergamo e ci siamo presi il “cannolicchio” e il caffè con la manna, che poi sta manna ancora non ho capito cos’è. E quello con il pistacchio poi? Poi i tuoi amici sono stati troppo carini e abbiamo mangiato la pasta al pesto. E tu hai cucinato i pomodorini. Hai presemte quando si dice: “vorrei sapere cosa pensa quella persona”. Io in quel momento pensavo a quanto fossi bello mentre eri li in cucina. Mi sono compiaciuta a guardarti. E quel pomeriggio li è stato semplicemente perfetto. Perchè ho capito che non serve fare cose complicate, ma bastano le più semplici, stare con gli amici, mangiare e giocare a ping pong, delle volte con pessimi risultati, ma su questo ci si può lavorare. E sulla strada del ritorno abbiamo ascoltato un po’ di musica, Eddie Vedder, e i Pearl Jam che ti piacciono tanto.

Parole che non voglio dimenticare: POPOROYA

Non farci caso

Ho dei problemi di comunicazione. Lo so. Ma tu non farci caso.

Delle volte mi capita di parlare a Dio, e pur sapendo che lui mi capisce e anzi probabilmente conosce già quello che voglio dirgli, nonostamte questo, riesco comunque a confondere le parole. Fanno un giro strano nella testa poi mi si intrecciano sulla lingua e sul finire arrivano agli occhi, che strizzo cercando di ricordare cosa ho appena detto. E non so cosa dirti o come parlarti e quando dopo giorni ci penso, rimango ancora così con le parole che ti ho detto.

Non sarebbe più semplice dirti che di te mi importa e che ti porto nei miei pensieri?

Contro i muri

Guardo le ombre delle persone proiettate dal sole. Combattono sui muri della piazza, sferrano pugni potenti fino a svanire e poi ritornano e sfidano altre molto più grandi di loro, alcune quasi sembrano giganti e un po’ spaventano pure me.

Gli altri affrontano battaglie invisibili e neanche lo sappiamo, e neanche, sappiamo se ne abbiano o no vinta qualcuna.

Lista delle cose che mi piacciono

1) Il profumo della buccia degli agrumi

2) L’odore del pane appena sfornato quello che ha una bella crosticina sopra un po’ infarinata

3) Il glicine

4) Passare tra un dito e l’altro le orecchie morbide del mio cane

5) Il cuscino fresco d’estate

6) I raggi del sole sulla pelle

7) Il rumore della pioggia che cade sui vetri

8) Passarti la mano fra i capelli

9) Quando mi fanno lo shampoo dal parrucchiere, (forse dovrebbe stare al primo posto).

Questa lista potrebbe subire aggiornamenti.!

Pensieri riflessi

Tu che ne sai, degli sguardi che si incrociano all’improvviso fra un sedile e l’altro del treno. Che ne sai dei pensieri riflessi sul finestrino. Dei visi abbassati, delle parole non dette e dei titoli di giornale di quel signore seduto davanti con la fronte imbronciata.

Che ne sai, sai solo di quello spazio tra te e il tuo mondo.

Filofobia

“Sono passati anni da quando ho incominciato a perderti. E non sai quanto mi sento libera, si, sto parlando di te, Controllo dei miei stivali”.

Ho perso il controllo, delle parole, dei gesti e delle mie azioni. E non potete immaginare le figure che ho fatto. A ripensarci, parecchie e le più strane, anzi quelle che mi hanno fatto “sembrare” una persona strana, con le persone che mi piacevano. Voglio farvi un appunto, se perderete il controllo, farete delle grosse figure di melma, ma non disperate, nel peggiore dei casi vi torneranno in mente e vi farete delle grosse risate. Ah, quasi dimenticavo! Ricordate di mettere in valigia l’ironia, è un amica simpaticissima, non potrete farne a meno, ma di lei vi racconto un’altra volta sennò mi perdo.

Dicevo. Caro controllo (con la c minuscola perché ora non sei più importante) ti ero così attaccata perchè avevo paura di mostrarmi per quello che ero, e tu eri sempre li a ricordarmi come dovevo comportarmi, che dovevo mangiare il pollo con la forchetta e che mai, mai avrei dovuto innamorarmi di qualcuno! (qui mi porto le mani sul viso, e come nel quadro di Munch, urlo: “Mii che paura”). Se il primo capitolo lo avrei potuto intitolare “Paura di amare”, il secondo capitolo lo chiamarei “Paura di essere amata” e qui ho bisogno di un minuto di pausa, per riprendermi dalla drammaticità che ogni tanto mi assale.

Fatto.

Allora riassuntino veloce: prima cercavo di eliminare le emozioni intense, perché le consideravo destabilizzanti e pericolose, e l’amore, è il principale nemico che ci rende vulnerabili. Poi avevo paura di perdere il controllo perché credevo di non poter essere amata per quello che ero veramente: ovvero, una persona strana.

Ma. Rullo di tamburi… oggi so che non è così.

Conoscete la filofobia? Be, ecco, è quella paura che ho vissuto io e che probabilmente avete provato anche voi. Le cause sono diverse, si può avere paura di ricevere un’altra delusione in amore, e non voler ricevere un’altra volta quel dolorosissimo pugno nello stomaco, oppure, talvolta, si ha paura di perdere la libertà. E sì, carissimi ho creduto che l’amore fosse un vincolo, un limite, un cappio al collo, una gabbia.
Ma oggi so che non è così, ho deciso di abbandonare il controllo senza sentirmi in colpa, perché insieme a lui ho lasciato anche la sua inseparabile amica. L’ansia. Solo così l’amore può scorrere libero nelle mie vene come i salmoni nelle valli di Comacchio.

Ironia a parte oggi so che l’amore non fa paura. E sono pronta a vivere tutta la vita al fianco di una persona meravigliosa con cui sarò fragile e coraggiosa. Un uomo che saprò amare e molto probabilmente saprò anche deludere, con cui potrò sognare e viaggiare con il quale non mi sentirò mai in gabbia. Ma anzi mi sentirò libera e amata.

NON HO PAURA DELL’AMORE

L’amore è la più grande benedizione che Dio ci ha dato.

E tu sei pronto per amare?

Mediocre

E se invece del successo puntassi a una vita mediocre.

Vorrei piantare un albero di pero, guardarne la fioritura dalla finestra di casa, e raccoglierne i frutti con un cestino di vimini, uno di quelli che la nonna usava per i funghi.

Vorrei una vita mediocre, che non corre, che non si stressa, una casa semplice, non mi serve tanta roba.

Saper cucirmi i vestiti da sola, fare le ceramiche che tanto mi piacciono, disegnare, cucinare cose buone e ridere con chi amo. Prendere quel bel sole rosso che tramonta mentre si ritirano i panni stesi.

Una vita mediocre insomma…

C’era una volta un Regno di Carta

Mi chiamo Charis ho 22 anni, ma spesso mi sbaglio e dico di averne 23, forse perché delle volte mi sento troppo infantile e allora inconsapevolmente ne aggiungo qualcuno. O forse questa confusione è dovuta al tempo, un tempo senza secondi, né minuti, né ore; sì, colpa di un tempo passato in un mondo dove l’età non ha alcun potere, dove i piccoli sono sovrani e i grandi sudditi, un luogo nel quale si può crescere e cambiare anche quando “non c’è più tempo”, sì, colpa del tempo trascorso nel Regno di Carta.

Avevo circa cinque anni la prima volta che scoprii questo magico mondo, o almeno quelli sono gli anni dove cominciano i miei ricordi , mi ci perdevo per ore, per uscirne piena di colla tra i capelli e pezzetti di giornale sul naso e sulle mani, e delle volte anche con qualche taglio, che col tempo ho imparato ad apprezzare, ma questa è un’altra storia. Stavo ore a raccontare e ad ascoltare le storie di Re e di regine, draghi e cavalieri, fabbri e contadini che vivevano avventure fantastiche, le quali, mai e dico mai, avevo letto in nessuno libro; storie di popoli poveri ma ricchi, guidati da sovrani puri e gentili, cavalieri senza paura e sudditi grati e intraprendenti…

Lascio l’ultima parola, all’ultima parola, INTRAPRENDENTE, che faticaccia, non so voi, per un attimo mi fa ricredere sulla mia capacità di lettura. Credo fortemente che la vostra sia a un livello superiore rispetto al mio e spero che possiate apprezzare le mie storie, che non per forza avranno un finale.